Cattolici Sono 15 milioni: metą facevano parte della casta pił bassa India, l'assalto ai cristiani Le aggressioni si sono moltiplicate Violenze, stupri, conversioni forzate. La guerra «religiosa» degli estremisti indł NOTIZIE CORRELATE India, aggredite le suore di madre Teresa (7 sett. 2008 ) Nuove violenze in India, 10 vittime. Papa: «No ad ogni attacco a vita umana» (27 ago. 2008 ) India, due missionari cristiani arsi vivi. Estremisti indł incendiano orfanotrofio (25 ago. 2008 ) Dal nostro inviato Lorenzo Cremonesi
NUASAI (Regione di Orissa, India sud-orientale)Della ventina di abitazioni nessuna č intatta. Da lontano appare come se l'intero villaggio sia stato devastato da un gigantesco incendio, che si č accanito a bruciare i tetti, le stalle, a ridurre in cenere la mobilia, gli infissi. Non ha risparmiato la piccola chiesa, dedicata a Santa Maria. Soltanto arrivando nell'unica strada centrale appare evidente che tutte le porte sono state sfondate, prima di venire annerite dalle fiamme, e che gran parte dei tetti in lamiera o tegole rosse sono stati perforati da decine di sassate. Molte delle pietre tirate dagli indł al momento del pogrom anticristiano sono ancora ben visibili tra le macerie sui pavimenti. In qualche caso letti, tavoli e armadi in legno sono stati trascinati tra cortili e orti per alimentare i falņ.
«Vi bruceremo, vi violenteremo. Fatevi prendere porci convertiti, traditori. Ve la faremo pagare eretici dell'India. Gridavano inferociti. La polizia non c'era. Gli agenti sono arrivati solo cinque giorni dopo, quando la loro presenza era ormai inutile», racconta Damini Policha, una tredicenne dagli occhioni ancora pieni di paura, che ora vive con la madre e cinque sorelle nel campo profughi organizzato nella casa parrocchiale del vicino villaggio di Mandasur. «Ci siamo convertiti all'induismo in massa sotto le minacce. La notte del 30 agosto mi hanno scortata con i miei figli a Sibo Mondir, il tempio qui vicino dedicato a Shivah, e sono stata costretta a pronunciare le formule di rito dipingendomi la fronte. Ma in veritą nella mia testa recitavo il Padre Nostro e chiedevo perdono a Gesł. Se non lo avessi fatto avrebbero ucciso mio marito, Mehir, e violentato mia figlia undicenne Mita», ci dice quasi sussurrando Naghistri Poricha, una briosa 42enne che ora ha appeso sul tetto della sua casa nel villaggio di Kalikia il drappo arancione dell'induismo per evitare che possa essere attaccata un'altra volta. Sono passati oltre cinque mesi dalle grandi devastazioni dell'estate scorsa.
Tra il 23 agosto e fine settembre oltre 50 mila cristiani furono espulsi dalle loro case, 315 villaggi vennero attaccati con danni gravissimi, furono bruciate 151 chiese o istituzioni cristiane. Nel solo distretto di Kandamal, dove ora risiedono circa un milione di cristiani convertiti via via sin dagli anni Sessanta, i morti furono una sessantina, i feriti oltre 15 mila. E ci furono diversi casi di violenza carnale contro suore o comunque donne cristiane. Oggi la polizia pattuglia strade e villaggi. Oltre 700 estremisti indł sono tutt'ora in carcere. I campi profughi sono diventati in molti casi strutture semipermanenti, pur se le festivitą dello scorso Natale sono trascorse tutto sommato in una quiete relativa. Le autoritą hanno suggerito che non si celebrassero messe di mezzanotte e che comunque i cristiani restassero il pił invisibili possibile. Ancora adesso almeno 40 mila persone rimangono accampate su grandi stuoie, che stendono la sera e accatastano lungo i muri la mattina nei centri di raccolta organizzati dalle parrocchie. I cristiani dell'Orissa sono ancora terrorizzati. Basta viaggiare per un paio di giorni tra i villaggi dispersi sulle colline di Kandamal, la regione coperta di foreste lussureggianti oltre 300 chilometri a est del capoluogo, Bhubaneshwar. Un volta questo era il cuore delle tribł animiste. Una delle regioni pił povere e isolate del Paese, con un tass
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